Regno Unito e Ruanda hanno firmato un accordo per il ricollocamento di richiedenti asilo nel paese africano, sfidando le convenzioni internazionali e il principio di non refoulement (non respingimento) a tutela del diritto di asilo. Questo l’aggiornamento riportato dal Migration Policy Institute (MPI) nell’articolo “The UK-Rwanda Agreement Represents Another Blow to Territorial Asylum” (“L’accordo UK-Ruanda rappresenta un altro colpo all’asilo territoriale”).

Il 14 Aprile, i due paesi hanno annunciato una nuova Collaborazione su Migrazione e Sviluppo Economico giustificata dalla volontà di stabilizzare lo sbilanciamento tra rotte migratorie legali e illegali, rispecchiando di fatto una politica del governo britannico sempre più volta all’esternalizzazione delle frontiere. All’interno di questa collaborazione, saranno stanziati 120 milioni di sterline che verranno destinati all’implementazione dell’accordo.

Se è vero che già altri paesi europei (es. Danimarca) avevano espresso idee per una gestione migratoria simile, il programma rischia di rappresentare un precedente della possibilità concreta di limitare l’ingresso di richiedenti asilo nei paesi ad alto reddito, trasferendo la responsabilità di processare le richieste d’asilo su altri paesi a basso reddito. Così, non solo viene minacciato il diritto di accedere alla procedura di richiesta d’asilo al momento dell’ingresso sul territorio nazionale, ma l’intero sistema di protezione nato dopo la seconda guerra mondiale con l’istituzione della Convenzione di Ginevra nel 1951, di cui il Regno Unito è firmatario.

La retorica che il governo britannico porta avanti pubblicizza l’accordo come uno strumento di gestione della migrazione che punta a risolvere il problema degli accessi irregolari e degli arrivi di imbarcazioni che attraversano la Manica. Uno dei risultati attesi è che il ricollocamento possa servire da deterrente per ‘aspiranti migranti’. Come è noto ormai dall’esempio di altri paesi (es. Stati Uniti), che hanno adottato una politica ferrea per prevenire gli ingressi di migranti, simili scelte non contribuiscono a diminuire gli arrivi quanto piuttosto ad aumentare la scelta di intraprendere rotte migratorie irregolari e più pericolose.

Ad ogni modo l’accordo deve superare molti ostacoli legali prima di poter essere de facto implementato. In primo luogo, il Regno Unito resta vincolato dal diritto internazionale e all’obbligo del rispetto della Convenzione di Ginevra di garantire protezione a persone appartenenti ai gruppi più vulnerabili, minori stranieri non accompagnati e coloro che hanno dei legami familiari nel paese. Inoltre, la ricollocazione di richiedenti asilo per processare le richieste d’asilo, e l’eventuale impossibilità di trasferimento in caso di esito negativo, viola il principio di non respingimento che il governo deve rispettare.

L’intesa tra Ruanda e Regno Unito porta con sé numerose implicazioni destabilizzanti, tra cui quella di creare nuove tensioni tra il governo britannico e i vicini paesi dell’Unione Europea, anche alla luce delle forti critiche espresse dalla Commissione Europea. La realizzazione del programma dimostrerebbe che esternalizzazione e de-responsabilizzazione verso i paesi terzi non è poi impossibile, ma che una simile politica può essere mistificata come strumento di protezione ed essere motivata all’interno del quadro di finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo.

È una retorica che scardina il concetto di asilo territoriale a supporto di azioni che seguono sempre più una linea di chiusura nei confronti della migrazione, e dietro la quale si nascondono i paesi che come il Regno Unito trascurano proprio quegli investimenti necessari a stabilizzare un sistema per l’accoglienza dei rifugiati messo oggi a dura prova.

Questo articolo è stato redatto nel quadro del progetto Volti delle Migrazioni, di cui GCAP Italia è partner italiano tramite FOCSIV.