Nell’ambito della campagna Good Food for Allorganizzata da 25 partner europei riuniti nel progetto triennale ‘Make Europe Sustainable for All’ (MESA) riproponiamo l’ultimo contributo dal blog Organic without boundiers sui pericoli derivanti dall’uso indiscriminato del glifosato in agricoltura.

La campagna #GoodFood4All è sostenuta dalla rete GCAP Italia. L’obiettivo della campagna, che promuove una serie di azioni, è quello di chiedere il cambio radicale della Politica Agricola Comune che ogni anno distribuisce finanziamenti per oltre 60 milioni di euro in favore dell’agricoltura intensiva. Diversamente l’ambizione è quella di riformulare le regole della PAC nel rispetto di natura, biodiversità e clima.

L’articolo che rilanciamo oggi parla proprio di uno dei rischi derivanti da una PAC non rispettosa della natura, che non limiti l’uso intensivo dei pesticidi:

I produttori di pesticidi dicono spesso che i loro prodotti sono necessari per gestire le erbe infestanti. Tuttavia, queste sostanze chimiche dannose danneggiano gli ecosistemi e possono avere un impatto sulla salute umana. Pesticide Action Network Europe ha pubblicato una relazione che dimostra l’esistenza di un’ampia gamma di strumenti e pratiche che possono sostituire il glifosato con alternative non chimiche.

Che cosa è il glifosato?

Il glifosato è l’erbicida più ampiamente e intensamente usato nella storia dell’agricoltura chimica. Solo nel 2016 a livello globale sono stati utilizzati 8,6 miliardi di chilogrammi di glifosato.

La  Monsanto, multinazionale di biotecnologie agrarie, ha iniziato a vendere il diserbante Roundup – il cui ingrediente chiave è il glifosato – nel 1974, ma il suo uso da parte degli agricoltori è stato inizialmente limitato perché il principio attivo ha ucciso sia le erbe infestanti che le colture. Il glifosato è unico, infatti, proprio perchè ha effetti su tutte le specie vegetali; nessun altro erbicida ha uno spettro di azione così ampio.

Ciò significa che può colpire anche altre piante, animali, invertebrati (ad es. insetti) e che i microrganismi possono essere esposti ad erbicidi contenenti glifosato. Ad esempio, gli insetti che attraversano la zona di irrorazione, gli animali che si nutrono delle colture trattate con glifosato, o le piante e gli animali ai margini dei campi o in aree di habitat selvatico vicino a un’area trattata, dove lo spray può diffondersi con il vento. Questi organismi “non bersaglio” possono soffrire per gli effetti tossici diretti derivanti dall’erbicida, o essere influenzati indirettamente da cambiamenti degli ecosistemi o delle risorse alimentari.

Tuttavia, a partire dal 1996, la Monsanto e altre aziende sementiere hanno iniziato a commercializzare versioni di cotone, mais e soia geneticamente modificate e resistenti agli erbicidi. Ciò ha indotto un uso più frequente e intenso di glifosato che veniva, ad esempio, spruzzato poco prima del raccolto.

Etichettato dall’OMS come “probabile cancerogeno”

Negli ultimi anni, più di un terzo dei test effettuati sul pane britannico  sono risultati positivi al glifosato. La Germania segnala la presenza di glifosato nell’urina delle vacche da latte e anche nell’aria e nell’acqua.

I test hanno dimostrato che il glifosato è un interferente endocrino, il che significa che può modificare il sistema che regola, tra l’altro, il nostro metabolismo, la crescita e lo sviluppo. A secondo del grado di esposizione al glifosato, gli squilibri possono portare a diabete, ipertensione, obesità, malattie renali e cancro (seno, prostata, fegato, cervello, tiroide, linfoma non-Hodgkin). In molti paesi, gli erbicidi a base di glifosato sono applicati in dosi elevate.

Nel 2015 l’agenzia oncologica IARC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un rapporto in cui si annuncia che il glifosato è un probabile cancerogeno umano. L’IARC ha raggiunto la sua decisione sulla base del parere di 17 esperti di 11 paesi, riuniti a Lione, Francia, per valutare la cancerogenicità di 5 pesticidi organofosfati.

Proprio perchè il glifosato è l’erbicida più venduto al mondo, è comprensibile che tale rapporto abbia provocato una risposta globale enorme. Organic Without Boundaries ha lanciato una campagna per chiedere alla Commissione europea di proporre agli Stati membri un divieto sul glifosato e oltre 1,3 milioni di cittadini europei hanno firmato una petizione per chiedere la messa al bando il glifosato per proteggere l’uomo e l’ambiente dai pesticidi tossici.

Nell’estate 2016, dopo una lunga campagna portata avanti da centinaia di migliaia di cittadini europei, la Commissione europea non è stata in grado di concedere nuovamente l’uso del glifosato per 15 anni, ma ha dovuto accontentarsi di un rinnovo quinquennale. Si è trattato di un enorme successo di fronte all’intensa attività di lobbying da parte dell’industria chimica.

Che cos’è una pianta infestante?

La decisione su quali piante siano infestanti dipende dal contesto. Ad esempio, un agricoltore europeo può usare erbicidi per uccidere altre specie vegetali nelle proprie colture perché considerate erbacce. Più in là nel tempo, tale agricoltore può ricevere sovvenzioni per seminare molte delle stesse specie vegetali perché tali specie sono considerate utili e svolgono funzioni agroecologiche benefiche, come il sostegno agli impollinatori e ai predatori di parassiti.

Ad esempio, uno studio ventennale condotto in Danimarca ha rilevato che l’80% su un totale di 200 specie infestanti che crescono nei campi coltivati erano troppo deboli per competere con le colture e quindi influire sulla resa delle colture (Andreasen et al., 1996). Solo il 20% delle specie ha influito significativamente sulla resa; anche l’altro 80% delle erbe infestanti ha un ruolo benefico fornendo diversità biologica e servizi ecosistemici di supporto.

Questo dimostra che dobbiamo gestire in modo più intelligente le piante che non si coltivano. Anziché un approccio a tolleranza zero e a bassa biodiversità, dobbiamo trovare un equilibrio: limitare la crescita delle erbe infestanti dannose per i raccolti, consentendo nel contempo alle piante non coltivate di sostenere l’ecosistema.

Gestione delle erbe infestanti senza erbicidi

La gestione delle erbe infestanti è una sfida continua. La relazione del Pesticide Action Network dimostra che le conoscenze e gli strumenti per sostituire l’uso diffuso di erbicidi sono già disponibili.

Gestire le piante infestanti in modo sostenibile significa integrare un’ampia gamma di metodi diversi per la loro gestione, adattandoli al tipo di infestante e al tipo di coltura e solitamente applicandoli in combinazione, in momenti specifici durante il ciclo di vita della coltura. Queste diverse tecniche formano un insieme di “tanti piccoli martelli” per la gestione delle erbe infestanti, piuttosto che essere una “palla chimica di demolizione”.

Con questi strumenti si può ottenere una gestione ottimale delle erbe infestanti e colture sane e di qualità con buone rese. Le pratiche di gestione delle erbe infestanti possono essere suddivise in quattro parti:

1. Pratiche agroecologiche
La base della piramide di gestione delle erbe infestanti è costituita da misure preventive come, ad esempio, le rotazioni nell’uso della terra, comprese quelle che mescolano le fasi di coltivazione con quelle di allevamento del bestiame. Buone pratiche igieniche, ad esempio, per garantire che le attrezzature di raccolta non spostino le sementi di piante infestanti da un campo o da un’azienda agricola all’altra.

2. Monitoraggio
Gli agricoltori percorrono i loro campi per osservare quali erbacce sono presenti e per valutare il loro potenziale valore o danno. Poi, utilizzando la loro conoscenza delle piante infestanti, possono decidere se sono necessarie azioni per gestirle. Queste decisioni possono essere supportate da strumenti quali la modellizzazione e la previsione, e dalla buona tenuta di registri da parte del produttore, in modo che sappiano come le erbe infestanti presenti sui loro terreni cambiano nel tempo.

3. Controllo fisico
Sulla base di informazioni attendibili, il produttore può decidere quali interventi fisici di gestione delle erbe infestanti sono necessari.

4. Controllo biologico
Come sopra, l’agricoltore può decidere quali misure di controllo biologico delle erbe infestanti sono necessarie.