Le urgenze ambientali e sociali sono riconosciute e dichiarate da sempre più istituzioni (nonostante ciò si continua a condurre la vita senza scelte radicali di cambiamento). Come più volte si è affermato le crisi sono interconnesse. La crisi è unica, è di un sistema economico – finanziario che ha conseguenze nefaste per l’uomo e l’ambiente. Occorre cambiare. Giovani, organizzazioni sociali e ambientaliste, imprese e finanza consapevole che chiede una economia circolare, diversi politici, spingono per la trasformazione dei modelli di produzione e consumo. Ma i cambiamenti sono lenti, insufficienti e rischiano di creare nuove e inattese (ma prevedibili) resistenze sociali.

Poiché la crisi è unica, ci vuole coerenza tra le sue diverse dimensioni. Non si può cercare di risolvere un problema ambientale senza agire a livello economico, così come non si può cercare di risolvere un problema economico senza agire a livello sociale. Se tutto è legato occorre cambiare il sistema nei suoi nodi. Molte organizzazioni presentano agende di azioni, cercando di favorire una coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Le istituzioni assumono nuovi orizzonti. Ora è tempo del New green deal.

Per cambiare non basta assumere nuovi stili di vita, senza essere consapevoli che questi nuovi stili comportano dei costi sociali di transizione, trasformazione, ristrutturazione, cambiamento dei modelli produttivi di interi settori industriali e agricoli. E’ importante essere consapevoli del fatto che questi stili e i nuovi modelli di produzione e consumo non sono alla portata di tutti.

Paradossalmente, la trasformazione per uno sviluppo sostenibile rischia quindi di creare nuova disoccupazione, di generare nuove esclusioni e di aumentare le disuguaglianze.

Si parla sempre di più di transizione giusta, di una transizione cioè che tenga conto dei suoi costi e della necessità di mettere in campo politiche di copertura e accompagnamento. La transizione deve essere fondata sulla giustizia sociale. La transizione giusta è una politica indispensabile per consentire un cambiamento urgente. Il mercato da solo non è in grado di farvi fronte, anzi, se ne è sempre disinteressato. Non anticipa e non internalizza i costi ambientali e sociali.

In questa direzione il Parlamento europeo ha chiesto l’istituzione di un fondo per la transizione giusta di oltre 4 miliardi di euro, mirato ai territori legati all’economia del carbone. Ma questo non basta. Per fare di più è necessaria una mobilitazione più forte, e mettere al centro i diritti di chi rischia di venire escluso dalla transizione. Occorre migliorare il processo democratico.

Se non si parte dall’ascolto non si arriva da nessuna parte. E soprattutto non si creano le condizioni per un vero cambiamento equo e sostenibile. Le istituzioni democratiche, se vogliono essere tali, devono ascoltare e sostenere la voce degli ultimi, di chi è marginale nel dibattito, nei media, negli organismi di consultazione. Ascoltare, veramente, chi è escluso o espulso da una transizione che deve accompagnare il New green deal con piani e fondi per la transizione giusta. Ci vuole orecchio.

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